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reale e femminista
SOCIETA'
18 settembre 2012
La dittatura del rosa

Ieri la gnoma è tornata a casa da scuola (secondo anno di materna, scuola comunale del centro storico di Roma, maestre coltissime e intelligenti) con un pacchetto fucsia di carta crespa.
"Le maestre ci hanno dato le caramelle", ci ha detto tutta felice, dato il suo patologico tasso di golosità. "Per noi femmine erano in questi sacchetti tutti rosa, per i maschietti erano in sacchetti azzurri o arancioni".
"E a te piace davvero questo colore?", le ho chiesto speranzosa.
"Sì, mamma. Questo è il colore delle femmine!".
"Ma le caramelle dentro i sacchetti erano diverse?".
"No, perché?".

Al termine di questa conversazione, che dimostra quanto gli sterotipi si appiccichino addosso alle bambine e ai bambini come una cappa, sono corsa a consolarmi - si fa per dire - tra le pagine di
Femminismo-a-Sud. Soprattutto qui. Sempre più convinta che c'è davvero molto da lavorare e che pure io "non posso che dirmi femminista" con orgoglio.

P.S. Scenario alternativo desiderato. Le maestre hanno preparato per le bambine e per i bambini tanti sacchetti di caramelle di tutti i colori, e ognuna e ognuno ha pescato quel che voleva. Basta pochissimo.


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SOCIETA'
13 settembre 2012
"La lezione di mia figlia che non c'è più"

Per tutti quelli che pensano che i divieti assurdi imposti dalla legge 40/2004 non li riguardino.
Per tutti quelli che farebbero meglio a tacere e a fermarsi.
Ecco la testimonianza di Emilio Robotti, avvocato genovese,
pubblicata sul Sole-24 Ore Sanità di questa settimana.

La lezione di mia figlia che non c'è più

Leggendo i commenti alla recentissima sentenza della Corte di Strasburgo, che ha bocciato la legge italiana sulla procreazione assistita, vorrei esprimere un mio commento in materia. Un commento che nasce non solo dalle competenze giuridiche che mi derivano da anni di studio ed esercizio della professione di avvocato, ma soprattutto da padre, sia pure per pochi mesi. Sono infatti padre di una bambina che non c’è più, Ludovica, morta nel 2010, a neanche dieci mesi di vita, per una di quelle malattie genetiche (l'atrofia muscolare spinale - Sma) che a oggi sono incurabili e che la diagnosi preimpianto - vietata dalla legge 40 - potrebbe evitare: a oggi, la Sma è la seconda causa, dopo la fibrosi cistica, di morte del bambino entro il primo anno di vita e circa una persona su 30 in Occidente è portatrice del gene causa della malattia. Del resto, anche giuridicamente, al di fuori delle discussioni strettamente tecniche, la legge 40 è una abnormità che solo il tentativo - impossibile come sempre, e per questo malriuscito - di conciliare politicamente posizioni in realtà inconciliabili, ha reso possibile; e che piano piano, in ambito giurisdizionale, per fortuna, anche se troppo lentamente, si sta via via sgretolando.
Del resto giuridicamente - al di là di tutto - la questione dell’abnormità della legge si riassume nell’assurdità di vietare la diagnosi preimpianto, per impedire di mettere al mondo un figlio gravemente malato: costringendo i genitori a farlo nascere e vivere (come!) e morire (come!), o altrimenti ad abortire, facendo con l’aborto pagare ancora di più in termini di sofferenza la donna (e di riflesso, il suo compagno o marito).
La legge 40, con i suoi divieti, ha ottenuto l’indegno e ipocrita risultato che chi può permetterselo economicamente, la diagnosi preimpianto (o la fecondazione eterologa) la fa lo stesso, pagando e all’estero.

Ma, al di fuori delle questioni di diritto, cosa significa non poter fare la diagnosi preimpianto, essendo portatori sani di un gene che provoca una malattia come la atrofia muscolare spinale a esempio?
Significa correre il rischio di far nascere un bambino che morirà certamente nei primi mesi di vita, o nelle ipotesi di malattia meno acuta entro pochi anni; che piano piano vedrà atrofizzarsi i propri muscoli e ridurre ogni movimento, fino a che l’atrofia interesserà anche i muscoli respiratori, portando con sé una sensazione di asfissia che induce il panico da soffocamento (da combattere con la morfina) e poi la morte certa, dopo una lunga e terribile agonia. Significa, nel peggiore dei casi, che quel bambino vivrà tra sofferenze sempre peggiori in ospedale, dove verrà attaccato a macchine per respirare e per essere nutrito fino alla morte, forse un poco ritardata se non subentrano complicazioni, oppure nella ipotesi meno peggiore come Ludovica in casa con i genitori, assistita 24 ore su 24, per nutrirla tramite sonda nasogastrica (un tubicino infilato dal naso fino allo stomaco), pulendo regolarmente dal muco con aspiratore meccanico le vie aeree che non possono liberarsi da sole per la paralisi che avanza, cambiandole posizione regolarmente per evitarle piaghe e ulteriori sofferenze, controllando e intervenendo sulle crisi respiratorie; assistendo a un corpicino che piano piano si paralizza e si deforma (dolorosamente per il bambino) mentre la mente progredisce, e via via comprende sempre più se stessa e il limitato mondo che vede: perché la mente, anche dentro un organismo malato, è una cosa prodigiosa, e questi bambini compensano l’impossibilità di uno sviluppo motorio con uno sviluppo psichico superiore a quello degli altri bambini non malati.

Questo è quello che accade al bambino, le sue sofferenze: quelle dei suoi genitori, dei familiari, dei loro amici, pur terribili, sono niente rispetto alle sue. Nel caso mio e di mia moglie, non sapevamo che avremmo potuto far nascere una bimba malata di Sma, quindi non abbiamo nemmeno potuto pensare alla diagnosi preimpianto, unico modo per sapere se sarebbe nata sana o no dovendo nel secondo caso decidere di abortire: non abbiamo avuto di fronte alcun dilemma, ma una tragedia che abbiamo affrontato come meglio potevamo, per il bene di Ludovica, che è arrivata in questo mondo ignara come noi del suo destino tragico. E che ha vissuto ed è morta senza una parola, come nessuna parola potrà mai descrivere.

E allora, quando leggo di politici, religiosi e (alcuni) giuristi, o di chiunque, che descrivono la pronunzia della Corte di Giustizia «sentenza truffa di Strasburgo, immotivata e ideologica», «via libera morale e legale alla selezione della specie», «eutanasia nazista», credo che dovrebbero solo tacere o almeno vergognarsi - se hanno una coscienza e un po’ di umanità ancora - prima di aprire bocca o scrivere, esercitando il loro incomprimibile e irrinunciabile diritto a esprimere la propria idea. Perché non sanno proprio di cosa stanno parlando e non gli auguro che possano mai saperlo; non solo perché non auguro a nessuno di loro di patire una sofferenza così disumana; no, non glielo auguro soprattutto perché, se ciò accadesse, vorrebbe dire che un altro bimbo patirebbe quello che hanno patito Ludovica e altre migliaia come lei. Ma se invece chi parla in questi casi di «eutanasia nazista» e via dicendo ha vissuto una esperienza come Ludovica e la nostra, allora sicuramente credo pensi di essere un santo e/o un martire.

In verità, penso di poter dire che se qualcuno avesse messo al mondo consapevolmente e per scelta un bimbo malato di Sma, a mio parere più che un santo o un martire dovrebbe essere definito un sadico e un masochista, perché ha scelto, per gratificare se stesso, di far nascere e far soffrire inutilmente un bimbo innocente. Io credo quindi non sia né un santo né un martire, ma se anche fosse, non di questo c’è bisogno in questo caso.
Quello che serve perché le malattie genetiche siano sconfitte, perché non nascano bambini destinati solo a soffrire e morire, è la ricerca di una cura, e prima ancora la prevenzione, per non far nascere bambini destinati solo a soffrire e morire anzitempo con certezza.
Senza vietare la diagnosi preimpianto, e la fecondazione, anche eterologa; incoraggiando e finanziando test genetici (sottolineo: volontari, solo di chi voglia farli) della popolazione, perché ciascuno possa scoprire se è portatore della fibrosi cistica, della Sma o di altre malattie di origine genetica gravi conosciute, in modo da ridurne l’incidenza in futuro. Senza infrangere la libertà di nessuno, anche di chi voglia fare scelte diverse da quelle che io reputo giuste e
che ho cercato di esprimere, rispondendo alla propria coscienza.
Senza imporre oggi divieti ai singoli individui e alle coppie, questi sì divieti ideologici e ipocriti, a maggior ragione visto che possono essere infranti con il denaro e che vengono pagati con le sofferenze altrui.

Emilio Robotti
Avvocato - Genova
(dal Sole-24 Ore Sanità n. 32/33 del 4-17 settembre 2012)

 

SOCIETA'
14 maggio 2012
Lettera aperta al sindaco Alemanno

 

Gentile Sindaco Alemanno,

lei è il Primo Cittadino di Roma e dovrebbe rappresentare tutti i romani, me compresa. Lei è anche autorità sanitaria locale, tenuto con le altre autorità a far rispettare l'articolo 32 della Costituzione, quello che tutela il diritto alla salute delle cittadine e dei cittadini.
Sabato, signor Sindaco, lei ha sfilato con la fascia tricolore in una Marcia cosiddetta "per la vita" le cui ragioni sono così illustrate
nel sito Internet dedicato:

"Gli attacchi alla vita umana innocente sono sempre più numerosi e nuovi strumenti di morte minacciano la sopravvivenza stessa del genere umano: Ru486, Ellaone, pillola del giorno dopo ecc.
Da oltre trent’anni una legge dello Stato (la 194/1978) regolamenta l’uccisione deliberata dell’innocente nel grembo materno e i morti si contano a milioni.
La
Marcia per la Vita è il segno dell’esistenza di un popolo che non si arrende e vuole far prevalere i diritti di chi non ha voce sulla logica dell’utilitarismo e dell’individualismo esasperato, sulla legge del più forte.
L’iniziativa vuole:

  • affermare che la vita è un dono, indisponibile, di Dio;
  • chiedere il Suo aiuto, per una società smarrita;
  • deplorare l’iniqua legge 194 che ha legalizzato l’uccisione, sino ad oggi, in Italia, di 5 milioni di innocenti;
  • ribadire che esiste una distinzione tra Bene e male, tra Vero e falso, tra Giusto ed ingiusto;
  • invitare alla mobilitazione i cattolici e gli uomini di buona volontà".

Dunque, signor Sindaco, sabato lei ha sfilato contro una legge dello Stato aderendo all'interpretazione secondo cui quella stessa legge "ha legalizzato l'uccisione sino a oggi in Italia di 5 milioni di innocenti". Una legge che, stando a quell'interpretazione che evidentemente lei condivide, avrebbe mandato assolte milioni di madri assassine (l'uccisione presuppone un killer, anzi "una" killer). Sono affermazioni pesanti, non crede?

Eppure quella stessa legge può essere letta in un modo molto diverso, semplicemente cambiando prospettiva. Senta questa: la legge 194/1978 è una legge di civiltà che riconosce il diritto all'autodeterminazione delle donne. Consentendo l'interruzione volontaria della gravidanza in due casi: entro i primi 90 giorni, quando la donna "accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito"; dopo i primi 90 giorni, soltanto "quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna" o "quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna".

Secondo questa lettura, che sposta il punto di vista dall'embrione e dal feto alla donna portatrice di diritti, la legge 194 ha salvato milioni di donne dalla malattia fisica o psichica. Ha riconosciuto il loro diritto ad autodeterminarsi. Ha sancito il diritto alla "procreazione cosciente e responsabile", sottolineando il valore sociale della maternità. E ha contribuito a eliminare la piaga degli aborti clandestini, proprio attuando quell'articolo 32 della Costituzione che lei è tenuto a far rispettare.
I risultati sono stati eccellenti. Cito testuale dall'ultima relazione al Parlamento sull'attuazione della legge 194:

"Nel 2010 sono state effettuate 115.372 IVG (dato provvisorio), con un decremento del 2,7% rispetto al dato definitivo del 2009 (118?579 casi) e un decremento del 50,9% rispetto al 1982, anno in cui si è registrato il più alto ricorso all'IVG (234.801 casi).
Il tasso di abortività (numero delle IVG per 1.000 donne in età feconda tra 15-49 anni), l’indicatore più accurato per una corretta valutazione della tendenza al ricorso all’'IVG, nel 2010 è risultato pari a 8,2 per 1.000, con un decremento del 2,5% rispetto al 2009 (8.5 per 1.000) e un decremento del 52,3% rispetto al 1982 (17,2 per 1.000). Il valore italiano è tra i più bassi di quelli osservati nei paesi industrializzati".

Davanti a questi dati come fa, signor Sindaco, ad annoverare la legge 194 (per non parlare della pillola del giorno dopo) tra gli "strumenti di morte che minacciano la sopravvivenza del genere umano"? Si rende conto della terribile falsità di questa affermazione che per giunta trasforma le donne in assassine?
In nessuna frase del manifesto dell'iniziativa è mai citata la donna come soggetto. Non si sottolinea in nessun passo il dolore che spesso accompagna l'aborto. Si ignora la tragedia personale di chi scopre di dover mettere al mondo un figlio gravemente menomato o malformato. Si getta fango su tutte coloro che hanno esercitato, nel pieno rispetto della legge, la loro libertà di scelta.
Al contrario, in quel testo si parla di bene e di male, di innocenti (non ancora nati), di cristianità, di vita come "dono (indisponibile) di Dio" (altra interpretazione parziale: e gli atei, signor Sindaco, lei non li rappresenta?). L'unico accenno è al "grembo materno", come se la nostra funzione di donne e di madri si riducesse ancora a quella di contenitore senza diritti e senza possibilità di scelta.

Signor Sindaco, sabato scorso lei mi ha offeso due volte. Perché partecipando alla marcia non mi ha rappresentato, come la legge le prescrive di fare, e perché non mi ha considerato come soggetto di diritti, quale sono. 

Se vuole realmente difendere la vita, signor Sindaco, lavori concretamente per le bambine e i bambini della nostra città. Realizzi più asili nido: l'Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici locali scrive
nel rapporto pubblicato a marzo 2012  che "a Roma le mamme di più di 16mila bambini avrebbero volentieri mandato il proprio figlio al nido e ciò significa che la piena soddisfazione della domanda comporta un ampliamento dell'offerta di oltre il 67% rispetto a quella attualmente garantita dagli esistenti operatori pubblici e privati". Regolarizzi la situazione delle educatrici precarie delle scuole dell'infanzia per garantire alle nostre figlie e ai nostri figli un servizio stabile e di qualità. Liberi le nonne e i nonni dal compito gravoso e gratuito di occuparsi delle nipotine e dei nipotini. Favorisca il lavoro delle madri: ha mai calcolato quanto l'economia cittadina perde ogni volta che una donna rinuncia al suo lavoro perché priva di una adeguata rete di sostegno? Si curi del verde pubblico e dell'illuminazione. Non permetta ancora lo scempio dei pullman turistici che invadono selvaggiamente ogni area del centro storico, avvelenando l'aria che le nostre bambine e i nostri bambini respirano.  Cominci con i bambini e i giovani maschi un nuovo discorso contro la violenza che li aiuti a diventare uomini rispettosi delle donne.

Per la vita c'è molto lavoro da sbrigare, signor Sindaco. Ci pensi bene, prima di mettersi in marcia anche nel mio nome.

Manuela Perrone
(una mamma tra tante)

 


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SOCIETA'
20 febbraio 2012
E' ora di sfarfalleggiare altrove

Dopo la farfalla di Belen in mondovisione Marina Terragni ha denunciato ancora "una rappresentazione indegna delle donne e del loro corpo e il ricorso a stereotipi umilianti non è sono solo terreno di coltura di misoginia e violenza, ma svolgono anche la preziosa funzione di tenere le donne al loro posto, negando la loro forza e la loro competenza, indebolendole e infiacchendole".
E ha lanciato un appello: "Tutte noi blogger, insieme pur nelle differenze che resterebbero intatte, possiamo costituire la punta di diamante della resilienza a questo meccanismo misogino, vigilando, analizzando, attivandoci insieme per denunciare, stigmatizzare e anche punire, sottraendo consenso".

Loredana Lipperini ha raccolto l'appello e rilanciato: "Ci sono punti che stanno a cuore a tutte e tutti, a Lorella Zanardo come a Femminismo a Sud: identifichiamoli, evidenziamoli, battiamo su questi".

La redazione de "La 27esima ora" ha giustamente chiesto a Gianni Morandi di "cambiare copione", ché il Festival è andato indietro rispetto al Paese. "Sceneggiatura vecchia, troppi sottintesi, troppe battute da caserma".

Il fatto è che non è soltanto il Festival: è la televisione, è la politica. Lo aveva scritto Ida Dominijanni sul "il manifesto": "C'è un brutto nodo che stringe questione maschile, questione sessuale e crisi della politica". Forse è ora di mettere sul tavolo non o non solo la questione femminile ma anche la questione maschile, come auspica Iaia Caputo nel suo "Il silenzio degli uomini" (bellissimo libro di cui riparlerò a breve su questo blog).
Forse è ora di sfarfalleggiare altrove.

SOCIETA'
16 febbraio 2012
Di padri perfetti e di rivoluzioni

Stiamo facendo tanto per decostruire il mito della madre perfetta ed ecco che spunta quello del padre perfetto. A tirarlo fuori dal cilindro è questo articolo pubblicato oggi su Repubblica che riepiloga i risultati di uno studio di una giovane sociologa appena pubblicato sull'Osservatorio Isfol, la rivista storica dell'Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori. Peccato però che il pezzo usi toni trionfalistici  ("rivoluzione silenziosa" della paternità e della coppia, "sentiero che dall'asimmetria conduce alla simmetria") del tutto a sproposito, senza contestualizzarli e trasformando un'avanguardia di pochi volenterosi in una tendenza strutturale che l'Italia è ben lontana dal registrare, purtroppo. Basta leggere il testo integrale della ricerca per accorgersene.

Ma andiamo con ordine.
Maria Novella De Luca, l'autrice dell'articolo che pure leggo sempre volentieri, esordisce così:
"C'è una generazione di uomini - hanno tra i 30 e i 35 anni, vivono nel Centro Nord, hanno buoni titoli di studio, compagne che lavorano e figli molto piccoli - che sta scoprendo e sperimentando giorno dopo giorno un nuovo modo paritario, interscambiabile, concreto e fisico di essere padri, e naturalmente mariti e compagni. Padri "high care", collaborativi, partecipi, insomma quasi "perfetti"".
Tracciando l'identikit statistico del padre collaborativo, prima di infilare le interviste di rito a papà perfetti o presunti tali, aggiunge:
"Dati che a leggerli bene raccontano anche quanto sono cambiati i sentimenti e le leggi dell'amore all'interno di una coppia, e quanto, anche, l'esplosione dei canoni tradizionali del lavoro stia mutando per sempre la struttura delle giovani famiglie".

Scritta così, sembrerebbe che tutti gli uomini tra i 30 e i 35 che hanno le caratteristiche elencate sono padri "high care". Magari.
Lo studio condotto da Tiziana Canal rivela tutt'altro spaccato e infatti arriva a conclusioni molto meno entusiastiche.
Intanto l'articolo omette un dettaglio fondamentale: l'obiettivo della ricerca non era quello di verificare quanto bravi siano diventati i papà italiani ma capire quali fattori possono servire a incoraggiare la condivisione nella cura familiare per far uscire l'Italia dalla grave situazione in cui perdura, che la sociologa puntualmente ricorda:
- abbiamo tassi di occupazione femminile tra i più bassi dell'Ue (46 donne occupate su 100);
- abbiamo il "delicato fenomeno dell'inattività femminile": sono molte le donne che lasciano il lavoro in occasione della maternità e spesso lo fanno in maniera definitiva;
- la quota di lavoro familiare di cui le donne si fanno carico è più impegnativa rispetto agli altri Paesi mentre il contributo degli uomini resta tra i più bassi al mondo;

- l'utilizzo del congedo parentale da parte dei padri italiani è molto limitato.

Sottolineato il contesto, che la giornalista purtroppo non ricorda neanche velocemente, l'autrice descrive il metodo: Canal ha sì "basato la sua indagine su seimila interviste a donne tra i 25 e i 45 anni", ma queste interviste non erano originali bensì appartenenti a un campione usato dall'Isfol per una ricerca sui fattori determinanti l'inattività femminile. Tanto è vero che delle 6mila intervistate ben 4mila erano inattive. Da questo campione Canal ha ulteriormente estratto le donne sposate o conviventi con figli (4.289) e, in base alle loro dichiarazioni, ha distinto i partner in "high care" o "low care", collaborativo o non collaborativo. 
E qui arriva la pioggia di omissioni più gravi dell'articolo: da nessuna parte la giornalista scrive che il 54,6% delle donne ha ancora come partner un low care, che la quota più alta di high care è riscontrabile tra gli inattivi e i disoccupati (60%) seguiti dai precari (47%) - come a dire: non lavorano, quindi scoprono la paternità - e che, soprattutto, se la "cura dei figli" (concetto che sarebbe utile però far esplodere perché un conto è giocare un altro è vestirli, farli mangiare e addormentarli come suggerisce la giornalista) è un'attività molto diffusa tra i padri (si va dal 79% dei partner delle donne inattive all'88% delle occupate), cucinare e pulire sono ancora appannaggio quasi esclusivo delle mogli e compagne. In particolare, pulisce il 37,5% dei partner delle occupate e appena il 19,6% di quelli delle inattive. Va un po' meglio con la spesa: la fa il 68% dei partner delle occupate e il 55% di quelli delle inattive. Mentre nelle attività tradizionalmente ritenute maschili, come la gestione amministrativo-finanziaria e quella di affari e rapporti, ecco che gli uomini tornano in quota (vi si dedica oltre il 70% di tutti i compagni).

E allora che cosa ha davvero scoperto la ricerca? Non che l'Italia conta qualche nuovo padre collaborativo (l'acqua calda) ma che la mera probabilità di avere un compagno high care è più alta se la donna lavora (a conferma che se non favoriamo l'occupazione femminile è matematicamente impossibile vagheggiare di condivisione della cura familiare), se ci sono figli con meno di 3 anni, se si vive al Nord e - udite udite - se la compagna proviene da un contesto in cui le donne lavoravano. "L'aspetto più interessante - sottolinea la sociologa - è che la propensione alla cura è influenzata più dalle caratteristiche della donna che da quelle dell'uomo". Più siamo attive, più siamo vissute in un tessuto socioculturale paritario, più abbiamo capacità di negoziare con i partner e più riusciamo a innescare la partecipazione maschile.
Non a caso la ricerca si conclude con un appello di Tiziana Canal a considerare "il senso e le opportunità che gli strumenti legislativi come il congedo di paternità obbligatorio possono concretamente offrire alle famiglie. Un congedo obbligatorio può essere un segnale, oltre che uno strumento, per abbattere quella cultura della disuguaglianza che concepisce ancora, in molte aree del nostro paese, una divisione dei ruoli di genere asimmetrica e tradizionale. Inoltre può offrire un'occasione, soprattutto nel nostro Paese, per affrontare il delicato tema della partecipazione delle donne al mercato del lavoro, poiché l'aumento dei (bassi) livelli di attività femminile può diventare un obiettivo attraverso il quale si potrebbe perseguire anche l'aumento dei livelli di condivisione familiare da parte dei padri".
Peccato, quindi, che invece di raccogliere l'appello e di usarlo per richiamare i drammatici tassi di occupazione e di inattività femminile e i rimedi possibili a partire dal congedo obbligatorio, l'articolo si concluda con un monito di Francesca Zajczyk, sociologa dell'Università Bicocca di Milano molto esperta di questione femminile e però in questo caso "fuori contesto": "Le donne depositarie del potere della maternità devono imparare a delegare e lasciare spazio ai padri e ai partner". "Anche in quella fase primaria della vita di un bambino che le donne, spesso, tendono a tenere tutta per sé", aggiunge di suo la giornalista. Come a dire: la colpa è nostra, delle gelose madri perfette. Capito?

Ricapitolando: dobbiamo lavorare quattro volte di più e cento volte meglio per ottenere gli stessi risultati dei colleghi (e però le italiane lavoratrici guadagnano cinque volte meno degli uomini, dato scritto nero su bianco nel Rapporto sulla coesione sociale 2011 di ministero del Lavoro, Istat e Inps e passato sotto silenzio), dobbiamo "imparare a delegare" mettendoci là con santa pazienza a spiegare ai nostri partner che se lavoriamo come e più di loro devono darci una manina anche a cucinare e a pulire (questo sempre che riusciamo a lavorare, altrimenti a casa ci stiamo noi e tutto resta immutato). E dobbiamo applaudirli - pat pat - se si accorgono, alle soglie del 2012, di quanto è bello prendersi cura dei propri figli.

Perdonatemi ma non ci sto a chiamarla rivoluzione. Le rivoluzioni, quelle vere, sono queste
 

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