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reale e femminista
SOCIETA'
18 settembre 2012
La dittatura del rosa

Ieri la gnoma è tornata a casa da scuola (secondo anno di materna, scuola comunale del centro storico di Roma, maestre coltissime e intelligenti) con un pacchetto fucsia di carta crespa.
"Le maestre ci hanno dato le caramelle", ci ha detto tutta felice, dato il suo patologico tasso di golosità. "Per noi femmine erano in questi sacchetti tutti rosa, per i maschietti erano in sacchetti azzurri o arancioni".
"E a te piace davvero questo colore?", le ho chiesto speranzosa.
"Sì, mamma. Questo è il colore delle femmine!".
"Ma le caramelle dentro i sacchetti erano diverse?".
"No, perché?".

Al termine di questa conversazione, che dimostra quanto gli sterotipi si appiccichino addosso alle bambine e ai bambini come una cappa, sono corsa a consolarmi - si fa per dire - tra le pagine di
Femminismo-a-Sud. Soprattutto qui. Sempre più convinta che c'è davvero molto da lavorare e che pure io "non posso che dirmi femminista" con orgoglio.

P.S. Scenario alternativo desiderato. Le maestre hanno preparato per le bambine e per i bambini tanti sacchetti di caramelle di tutti i colori, e ognuna e ognuno ha pescato quel che voleva. Basta pochissimo.


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vita scolastica
16 settembre 2010
Di scuola, di maestre e di femminismo

"Il bambino del Bangladesh si chiama Marco e quello italiano si chiama Nick, ma sottosopra qui non c'è solo l'onomastica, perché è Nick la minoranza etnica in questa scuola di Torpignattara dove in Prima B non c'è neppure un italiano e in Prima A ce ne sono solo due"

Tra tutti i servizi piovuti in questi giorni sul primo giorno di scuola, il più interessante a mio avviso è proprio questo di Francesco Merlo pubblicato ieri su Repubblica: http://www.repubblica.it/scuola/2010/09/15/news/scuola_immigrati_roma-7088497/index.html?ref=search
Non per la solita retorica sulla bellezza della scuola multietnica, che pure nel pezzo c'è, ma perché l'articolo traccia il ritratto fedele di un'Italia che cresce e prospera tra noi e che tutti fingono di non vedere, accecati chi dal "sole delle Alpi" tanto caro ai leghisti (il simbolo che tappezza la scuola di Adro non significherebbe nulla di male, se non fosse stato scelto dal partito di Bossi come candidato ideale da stampare sulla bandiera della Padania) chi dalla bambagia in cui vive ormai separato dal mondo reale. Tanto strepitare sulle origini e sulle presunte virtù del "locale", almeno al Nord, rischia di creare l'illusione collettiva che gli italiani siano un popolo dal futuro luminoso e prolifico, cancellando a colpi di stereotipi ciò che appare lampante in ogni proiezione demografica: l'invecchiamento inesorabile della popolazione della penisola, già abbondantemente testimoniato dall'età media della nostra classe dirigente. Se qualcuno nutrisse dei dubbi su ciò che ci aspetta nel prossimo futuro potrebbe consultare i rapporti sui Certificati di assistenza al parto (Cedap) e verificare come, nel tempo, stia crescendo la quota di madri immigrate sul totale delle madri che partoriscono in Italia: nel 2006, ultimo anno disponibile, aveva raggiunto il 14,7% ed era arrivata al 20%, guarda caso, al Centro-Nord.

Leggendo i giornali o assistendo a qualche comizio della Lega sembra quindi di assistere alla pantomima di un'Italia che non c'è più, il canto del cigno di un Paese che si accartoccia sul passato per l'incapacità di immaginare un avvenire diverso. Ma basta girovagare per le nostre strade per accorgersi della metamorfosi in atto. "Atterrando" alla stazione di Brescia, quella Brescia nella cui provincia brilla Adro con il suo irriducibile sindaco leghista, si viene accolti dalla foltissima schiera di immigrati neri impiegati in città, dalle fabbriche ai bar. Sui mezzi pubblici di Milano e Roma gli italiani sono ormai in minoranza, così come alle pompe di benzina, nelle cucine dei ristoranti, tra i dipendenti delle imprese di pulizia. Prato è più cinese che italiana, a Castel Volturno gli africani sono ovunque. Bisogna essere ciechi, o lasciarsi colpevolmente accecare, per non rendersene conto.

E allora la scuola Pisacane di Torpignattara che cos'è: un ghetto o un laboratorio? un'eccezione o la regola futura? "Me ne vado con l'idea che è qui che Roma può rinascere, anche se il quartiere è feroce con la scuola", scrive Merlo propendendo per la seconda ipotesi. Io non ho risposte: so soltanto che non me ne importa un accidenti delle presunte "qualità amministrative" dei tanti esponenti della Lega ormai saldamente insediati dall'Emilia in su. So soltanto che tra la Pisacane di Roma e la scuola di Adro, linda e pinta con i suoi soli verdi a sei raggi, è quest'ultima a spaventarmi.

L'articolo di Merlo mi ha colpito per un altro aspetto. Il giornalista nota: "Solo le maestre sono tutte bianche e italiane, e sono tutte donne, ed è questo un tema che forse dovrebbe appassionare il femminismo". Più avanti aggiunge che "non sono solo donne, ma anche meridionali". Ho sobbalzato: un tema che "forse dovrebbe appassionare il femminismo"? ma come? E' del 1976 il libro di Elena Gianini Belotti, "Dalla parte delle bambine": un testo che tutte e tutti dovremmo rileggere per capire quali errori sono stati commessi, qual è il motivo di trentaquattro anni di buio, come mai le parole della Belotti suonano ancora rivoluzionarie, molto più avanzate di quanto si legge oggi sulla scuola e sugli insegnanti. E' di pochi anni fa "Ancora dalla parte delle bambine" di Loredana Lipperini, in cui si prende atto del non-fatto e del non-detto, di come l'educazione sia rimasto un settore quasi completamente femminile e di quanto questo fattore condizioni pesantemente non soltanto le nostre rappresentazioni di genere ma anche la costruzione della nostra identità.

Pochi giorni fa, anche grazie alla gentilezza di Sabrina (il suo blog, "Vivere semplice e spregiudicato", è una miniera d'oro) sono stata a visitare la scuola steineriana di Roma, "Il Giardino dei cedri", dove spero di poter iscrivere la mia gnoma. Ci ha accolto il maestro Antonio, un signore magro dai modi gentili, che ci ha mostrato i piccoli telai con cui i bimbi, femmine e maschi, italiani e stranieri, imparano a tessere sin dalla materna; le pietre e i legnetti con cui giocano in cortile; l'aula dell'euritmia, dove apprendono, femmine e maschi, italiani e stranieri, "l'arte del movimento". Mi sono ricordata delle lezioni del maestro Rebecchi, a Gaeta, insegnante e teatrante. E ho capito ciò che vorrei: vorrei che i miei figli avessero maestri di vita, non di scuola. Vorrei che imparassero la Storia del mio Paese, con le sue glorie e le sue miserie, non le tante piccole misere storie che ci vanno raccontando.


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permalink | inviato da bloGodot il 16/9/2010 alle 13:19 | Leggi i commenti e commenta questo postcommenti (2) | Versione per la stampa
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