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reale e femminista
SOCIETA'
16 febbraio 2012
Di padri perfetti e di rivoluzioni

Stiamo facendo tanto per decostruire il mito della madre perfetta ed ecco che spunta quello del padre perfetto. A tirarlo fuori dal cilindro è questo articolo pubblicato oggi su Repubblica che riepiloga i risultati di uno studio di una giovane sociologa appena pubblicato sull'Osservatorio Isfol, la rivista storica dell'Istituto per lo sviluppo della formazione professionale dei lavoratori. Peccato però che il pezzo usi toni trionfalistici  ("rivoluzione silenziosa" della paternità e della coppia, "sentiero che dall'asimmetria conduce alla simmetria") del tutto a sproposito, senza contestualizzarli e trasformando un'avanguardia di pochi volenterosi in una tendenza strutturale che l'Italia è ben lontana dal registrare, purtroppo. Basta leggere il testo integrale della ricerca per accorgersene.

Ma andiamo con ordine.
Maria Novella De Luca, l'autrice dell'articolo che pure leggo sempre volentieri, esordisce così:
"C'è una generazione di uomini - hanno tra i 30 e i 35 anni, vivono nel Centro Nord, hanno buoni titoli di studio, compagne che lavorano e figli molto piccoli - che sta scoprendo e sperimentando giorno dopo giorno un nuovo modo paritario, interscambiabile, concreto e fisico di essere padri, e naturalmente mariti e compagni. Padri "high care", collaborativi, partecipi, insomma quasi "perfetti"".
Tracciando l'identikit statistico del padre collaborativo, prima di infilare le interviste di rito a papà perfetti o presunti tali, aggiunge:
"Dati che a leggerli bene raccontano anche quanto sono cambiati i sentimenti e le leggi dell'amore all'interno di una coppia, e quanto, anche, l'esplosione dei canoni tradizionali del lavoro stia mutando per sempre la struttura delle giovani famiglie".

Scritta così, sembrerebbe che tutti gli uomini tra i 30 e i 35 che hanno le caratteristiche elencate sono padri "high care". Magari.
Lo studio condotto da Tiziana Canal rivela tutt'altro spaccato e infatti arriva a conclusioni molto meno entusiastiche.
Intanto l'articolo omette un dettaglio fondamentale: l'obiettivo della ricerca non era quello di verificare quanto bravi siano diventati i papà italiani ma capire quali fattori possono servire a incoraggiare la condivisione nella cura familiare per far uscire l'Italia dalla grave situazione in cui perdura, che la sociologa puntualmente ricorda:
- abbiamo tassi di occupazione femminile tra i più bassi dell'Ue (46 donne occupate su 100);
- abbiamo il "delicato fenomeno dell'inattività femminile": sono molte le donne che lasciano il lavoro in occasione della maternità e spesso lo fanno in maniera definitiva;
- la quota di lavoro familiare di cui le donne si fanno carico è più impegnativa rispetto agli altri Paesi mentre il contributo degli uomini resta tra i più bassi al mondo;

- l'utilizzo del congedo parentale da parte dei padri italiani è molto limitato.

Sottolineato il contesto, che la giornalista purtroppo non ricorda neanche velocemente, l'autrice descrive il metodo: Canal ha sì "basato la sua indagine su seimila interviste a donne tra i 25 e i 45 anni", ma queste interviste non erano originali bensì appartenenti a un campione usato dall'Isfol per una ricerca sui fattori determinanti l'inattività femminile. Tanto è vero che delle 6mila intervistate ben 4mila erano inattive. Da questo campione Canal ha ulteriormente estratto le donne sposate o conviventi con figli (4.289) e, in base alle loro dichiarazioni, ha distinto i partner in "high care" o "low care", collaborativo o non collaborativo. 
E qui arriva la pioggia di omissioni più gravi dell'articolo: da nessuna parte la giornalista scrive che il 54,6% delle donne ha ancora come partner un low care, che la quota più alta di high care è riscontrabile tra gli inattivi e i disoccupati (60%) seguiti dai precari (47%) - come a dire: non lavorano, quindi scoprono la paternità - e che, soprattutto, se la "cura dei figli" (concetto che sarebbe utile però far esplodere perché un conto è giocare un altro è vestirli, farli mangiare e addormentarli come suggerisce la giornalista) è un'attività molto diffusa tra i padri (si va dal 79% dei partner delle donne inattive all'88% delle occupate), cucinare e pulire sono ancora appannaggio quasi esclusivo delle mogli e compagne. In particolare, pulisce il 37,5% dei partner delle occupate e appena il 19,6% di quelli delle inattive. Va un po' meglio con la spesa: la fa il 68% dei partner delle occupate e il 55% di quelli delle inattive. Mentre nelle attività tradizionalmente ritenute maschili, come la gestione amministrativo-finanziaria e quella di affari e rapporti, ecco che gli uomini tornano in quota (vi si dedica oltre il 70% di tutti i compagni).

E allora che cosa ha davvero scoperto la ricerca? Non che l'Italia conta qualche nuovo padre collaborativo (l'acqua calda) ma che la mera probabilità di avere un compagno high care è più alta se la donna lavora (a conferma che se non favoriamo l'occupazione femminile è matematicamente impossibile vagheggiare di condivisione della cura familiare), se ci sono figli con meno di 3 anni, se si vive al Nord e - udite udite - se la compagna proviene da un contesto in cui le donne lavoravano. "L'aspetto più interessante - sottolinea la sociologa - è che la propensione alla cura è influenzata più dalle caratteristiche della donna che da quelle dell'uomo". Più siamo attive, più siamo vissute in un tessuto socioculturale paritario, più abbiamo capacità di negoziare con i partner e più riusciamo a innescare la partecipazione maschile.
Non a caso la ricerca si conclude con un appello di Tiziana Canal a considerare "il senso e le opportunità che gli strumenti legislativi come il congedo di paternità obbligatorio possono concretamente offrire alle famiglie. Un congedo obbligatorio può essere un segnale, oltre che uno strumento, per abbattere quella cultura della disuguaglianza che concepisce ancora, in molte aree del nostro paese, una divisione dei ruoli di genere asimmetrica e tradizionale. Inoltre può offrire un'occasione, soprattutto nel nostro Paese, per affrontare il delicato tema della partecipazione delle donne al mercato del lavoro, poiché l'aumento dei (bassi) livelli di attività femminile può diventare un obiettivo attraverso il quale si potrebbe perseguire anche l'aumento dei livelli di condivisione familiare da parte dei padri".
Peccato, quindi, che invece di raccogliere l'appello e di usarlo per richiamare i drammatici tassi di occupazione e di inattività femminile e i rimedi possibili a partire dal congedo obbligatorio, l'articolo si concluda con un monito di Francesca Zajczyk, sociologa dell'Università Bicocca di Milano molto esperta di questione femminile e però in questo caso "fuori contesto": "Le donne depositarie del potere della maternità devono imparare a delegare e lasciare spazio ai padri e ai partner". "Anche in quella fase primaria della vita di un bambino che le donne, spesso, tendono a tenere tutta per sé", aggiunge di suo la giornalista. Come a dire: la colpa è nostra, delle gelose madri perfette. Capito?

Ricapitolando: dobbiamo lavorare quattro volte di più e cento volte meglio per ottenere gli stessi risultati dei colleghi (e però le italiane lavoratrici guadagnano cinque volte meno degli uomini, dato scritto nero su bianco nel Rapporto sulla coesione sociale 2011 di ministero del Lavoro, Istat e Inps e passato sotto silenzio), dobbiamo "imparare a delegare" mettendoci là con santa pazienza a spiegare ai nostri partner che se lavoriamo come e più di loro devono darci una manina anche a cucinare e a pulire (questo sempre che riusciamo a lavorare, altrimenti a casa ci stiamo noi e tutto resta immutato). E dobbiamo applaudirli - pat pat - se si accorgono, alle soglie del 2012, di quanto è bello prendersi cura dei propri figli.

Perdonatemi ma non ci sto a chiamarla rivoluzione. Le rivoluzioni, quelle vere, sono queste
 

SOCIETA'
12 settembre 2011
Non balie, "soltanto" madri

Dopo due gravidanze in tre anni, un anno, l'ultimo, difficilissimo, una gnoma di tre anni e un elfo di otto mesi posso dirlo con cognizione di causa e l'ho appena detto a commento del post di Loredana Lipperini: essere madri ed essere padri è una sfida. Non c’è spazio per supereroine e supereroi, men che mai per la perfezione. Anzi: direi che maternità e paternità sono il banco di prova della capacità, propria e della coppia, di "reggere" davanti all’incertezza e alla complessità. La questione su cui riflettere non riguarda la patologia della maternità o della paternità (in cui rientrano i casi di abbandono, le distrazioni fatali, giù giù fino agli abusi e agli infanticidi) ma la sua fisiologia oggi. Perché le contraddizioni sono troppe per non soffermarsi a osservarle.
Partiamo dall’allattamento, che è il tema del post della Lipperini. Siamo tutti d’accordo sul fatto che il latte materno è migliore, più salutare e a minor impatto ambientale. Ma l’esaltazione delle sue qualità indiscutibili non può tornare a ritorcersi contro le donne. Perché allattare non è una passeggiata: significa donare interamente corpo e tempo alla propria figlia o figlio, essere disponibili 24 ore su 24 a soddisfare i suoi bisogni, prestare attenzione alla dieta, rinunciare ad abitudini poco salutari (fumo e alcol). Tutto ciò all’indomani di un evento sconvolgente come il parto.
Una madre che allatta andrebbe quindi sostenuta, per esempio lasciandola riposare non appena sua figlia o suo figlio si addormentano, andrebbe sgravata dagli altri compiti, aiutata nelle mansioni domestiche, e invece - ecco la prima contraddizione - nella maggior parte dei casi deve anche pensare all’organizzazione della casa e della famiglia. Perché? Perché il padre lavora, altro che “ruolo di accudimento della madre” (ricordo che in Italia l’astensione obbligatoria dal lavoro è possibile soltanto per le madri e l’astensione facoltativa, che è retribuita al 30% e quindi in tempi di crisi molto poco appetibile, riguarda una trascurabile percentuale di padri).
Non solo: la mamma che allatta ha in genere attorno a sé un codazzo di persone (nonni, amici, conoscenti) improvvisamente espertissime di alimentazione neonatale, sempre pronte a osservare che la bimba o il bimbo non mangia abbastanza, a instillarle dubbi e paure, a farla sentire l’unica responsabile della crescita del piccolo. E per giunta la suddetta neomamma vive in un Paese in cui alle donne si richiede di essere magre, sorridenti, piacenti e sexy.
Seconda contraddizione, che richiama la prima: l’Organizzazione mondiale della sanità sostiene che il latte materno dovrebbe essere l’alimento esclusivo assunto dal neonato fino a sei mesi compiuti e che la modalità di allattamento ideale è quella “a richiesta”. Benissimo! Facciamo due conti, però: la madre italiana lavoratrice, che va in maternità due mesi prima del parto, dovrebbe rientrare quando la figlia o il figlio hanno tre mesi con il diritto a usufruire di una pausa di due ore per l’allattamento fino al compimento del primo anno di vita del figlio. Due ore? Ma se l’allattamento è a richiesta, dunque senza orari, come si fa a tornare in ufficio, che magari dista un’ora da casa? "Ci si può tirare il latte", dicono quelli che non hanno mai provato un tiralatte. La soluzione più praticabile è in realtà quella di stare a casa altri mesi, pagando il prezzo di uno stipendio tritato e di un ulteriore periodo di assenza dal lavoro. Oppure quella di ricorrere al biberon, vincendo i sensi di colpa e accettando di piombare nel girone delle “madri imperfette”.
Io credo che la magia contemporanea della maternità risieda altrove, negli stessi meandri ancora poco esplorati in cui si annida la magia della paternità: certe famiglie oggi sono luoghi di negoziazione continua, esperimenti a cielo aperto. Per questo ogni appello alla presunta naturalità di certi comportamenti mi sembra ideologico e conservatore: fornisce soltanto l’ennesimo alibi agli uomini per sottrarsi in casa ai nuovi compiti che la complessità dell’organizzazione familiare richiede loro e per giustificare una separazione dei ruoli che non può più esistere. A meno che, come molti vorrebbero, le donne non tornino tra le mura domestiche, anche metaforicamente (nel senso di tornare alla funzione esclusiva di accudimento della prole e del compagno). A meno che non ritornino balie.
Banalmente io vorrei invece due cose: che i padri stiano obbligatoriamente a casa dopo il parto come le madri e che si smetta, in nome della Natura, di pretendere dalle donne, madri o no, ciò che non si pretende dagli uomini.

Immagine: "La mia balia ed io", Frida Kahlo, 1937

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