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reale e femminista
SOCIETA'
18 settembre 2012
La dittatura del rosa

Ieri la gnoma è tornata a casa da scuola (secondo anno di materna, scuola comunale del centro storico di Roma, maestre coltissime e intelligenti) con un pacchetto fucsia di carta crespa.
"Le maestre ci hanno dato le caramelle", ci ha detto tutta felice, dato il suo patologico tasso di golosità. "Per noi femmine erano in questi sacchetti tutti rosa, per i maschietti erano in sacchetti azzurri o arancioni".
"E a te piace davvero questo colore?", le ho chiesto speranzosa.
"Sì, mamma. Questo è il colore delle femmine!".
"Ma le caramelle dentro i sacchetti erano diverse?".
"No, perché?".

Al termine di questa conversazione, che dimostra quanto gli sterotipi si appiccichino addosso alle bambine e ai bambini come una cappa, sono corsa a consolarmi - si fa per dire - tra le pagine di
Femminismo-a-Sud. Soprattutto qui. Sempre più convinta che c'è davvero molto da lavorare e che pure io "non posso che dirmi femminista" con orgoglio.

P.S. Scenario alternativo desiderato. Le maestre hanno preparato per le bambine e per i bambini tanti sacchetti di caramelle di tutti i colori, e ognuna e ognuno ha pescato quel che voleva. Basta pochissimo.


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SOCIETA'
14 maggio 2012
Lettera aperta al sindaco Alemanno

 

Gentile Sindaco Alemanno,

lei è il Primo Cittadino di Roma e dovrebbe rappresentare tutti i romani, me compresa. Lei è anche autorità sanitaria locale, tenuto con le altre autorità a far rispettare l'articolo 32 della Costituzione, quello che tutela il diritto alla salute delle cittadine e dei cittadini.
Sabato, signor Sindaco, lei ha sfilato con la fascia tricolore in una Marcia cosiddetta "per la vita" le cui ragioni sono così illustrate
nel sito Internet dedicato:

"Gli attacchi alla vita umana innocente sono sempre più numerosi e nuovi strumenti di morte minacciano la sopravvivenza stessa del genere umano: Ru486, Ellaone, pillola del giorno dopo ecc.
Da oltre trent’anni una legge dello Stato (la 194/1978) regolamenta l’uccisione deliberata dell’innocente nel grembo materno e i morti si contano a milioni.
La
Marcia per la Vita è il segno dell’esistenza di un popolo che non si arrende e vuole far prevalere i diritti di chi non ha voce sulla logica dell’utilitarismo e dell’individualismo esasperato, sulla legge del più forte.
L’iniziativa vuole:

  • affermare che la vita è un dono, indisponibile, di Dio;
  • chiedere il Suo aiuto, per una società smarrita;
  • deplorare l’iniqua legge 194 che ha legalizzato l’uccisione, sino ad oggi, in Italia, di 5 milioni di innocenti;
  • ribadire che esiste una distinzione tra Bene e male, tra Vero e falso, tra Giusto ed ingiusto;
  • invitare alla mobilitazione i cattolici e gli uomini di buona volontà".

Dunque, signor Sindaco, sabato lei ha sfilato contro una legge dello Stato aderendo all'interpretazione secondo cui quella stessa legge "ha legalizzato l'uccisione sino a oggi in Italia di 5 milioni di innocenti". Una legge che, stando a quell'interpretazione che evidentemente lei condivide, avrebbe mandato assolte milioni di madri assassine (l'uccisione presuppone un killer, anzi "una" killer). Sono affermazioni pesanti, non crede?

Eppure quella stessa legge può essere letta in un modo molto diverso, semplicemente cambiando prospettiva. Senta questa: la legge 194/1978 è una legge di civiltà che riconosce il diritto all'autodeterminazione delle donne. Consentendo l'interruzione volontaria della gravidanza in due casi: entro i primi 90 giorni, quando la donna "accusi circostanze per le quali la prosecuzione della gravidanza, il parto o la maternità comporterebbero un serio pericolo per la sua salute fisica o psichica, in relazione o al suo stato di salute, o alle sue condizioni economiche, o sociali o familiari, o alle circostanze in cui è avvenuto il concepimento, o a previsioni di anomalie o malformazioni del concepito"; dopo i primi 90 giorni, soltanto "quando la gravidanza o il parto comportino un grave pericolo per la vita della donna" o "quando siano accertati processi patologici, tra cui quelli relativi a rilevanti anomalie o malformazioni del nascituro, che determinino un grave pericolo per la salute fisica o psichica della donna".

Secondo questa lettura, che sposta il punto di vista dall'embrione e dal feto alla donna portatrice di diritti, la legge 194 ha salvato milioni di donne dalla malattia fisica o psichica. Ha riconosciuto il loro diritto ad autodeterminarsi. Ha sancito il diritto alla "procreazione cosciente e responsabile", sottolineando il valore sociale della maternità. E ha contribuito a eliminare la piaga degli aborti clandestini, proprio attuando quell'articolo 32 della Costituzione che lei è tenuto a far rispettare.
I risultati sono stati eccellenti. Cito testuale dall'ultima relazione al Parlamento sull'attuazione della legge 194:

"Nel 2010 sono state effettuate 115.372 IVG (dato provvisorio), con un decremento del 2,7% rispetto al dato definitivo del 2009 (118?579 casi) e un decremento del 50,9% rispetto al 1982, anno in cui si è registrato il più alto ricorso all'IVG (234.801 casi).
Il tasso di abortività (numero delle IVG per 1.000 donne in età feconda tra 15-49 anni), l’indicatore più accurato per una corretta valutazione della tendenza al ricorso all’'IVG, nel 2010 è risultato pari a 8,2 per 1.000, con un decremento del 2,5% rispetto al 2009 (8.5 per 1.000) e un decremento del 52,3% rispetto al 1982 (17,2 per 1.000). Il valore italiano è tra i più bassi di quelli osservati nei paesi industrializzati".

Davanti a questi dati come fa, signor Sindaco, ad annoverare la legge 194 (per non parlare della pillola del giorno dopo) tra gli "strumenti di morte che minacciano la sopravvivenza del genere umano"? Si rende conto della terribile falsità di questa affermazione che per giunta trasforma le donne in assassine?
In nessuna frase del manifesto dell'iniziativa è mai citata la donna come soggetto. Non si sottolinea in nessun passo il dolore che spesso accompagna l'aborto. Si ignora la tragedia personale di chi scopre di dover mettere al mondo un figlio gravemente menomato o malformato. Si getta fango su tutte coloro che hanno esercitato, nel pieno rispetto della legge, la loro libertà di scelta.
Al contrario, in quel testo si parla di bene e di male, di innocenti (non ancora nati), di cristianità, di vita come "dono (indisponibile) di Dio" (altra interpretazione parziale: e gli atei, signor Sindaco, lei non li rappresenta?). L'unico accenno è al "grembo materno", come se la nostra funzione di donne e di madri si riducesse ancora a quella di contenitore senza diritti e senza possibilità di scelta.

Signor Sindaco, sabato scorso lei mi ha offeso due volte. Perché partecipando alla marcia non mi ha rappresentato, come la legge le prescrive di fare, e perché non mi ha considerato come soggetto di diritti, quale sono. 

Se vuole realmente difendere la vita, signor Sindaco, lavori concretamente per le bambine e i bambini della nostra città. Realizzi più asili nido: l'Agenzia per il controllo e la qualità dei servizi pubblici locali scrive
nel rapporto pubblicato a marzo 2012  che "a Roma le mamme di più di 16mila bambini avrebbero volentieri mandato il proprio figlio al nido e ciò significa che la piena soddisfazione della domanda comporta un ampliamento dell'offerta di oltre il 67% rispetto a quella attualmente garantita dagli esistenti operatori pubblici e privati". Regolarizzi la situazione delle educatrici precarie delle scuole dell'infanzia per garantire alle nostre figlie e ai nostri figli un servizio stabile e di qualità. Liberi le nonne e i nonni dal compito gravoso e gratuito di occuparsi delle nipotine e dei nipotini. Favorisca il lavoro delle madri: ha mai calcolato quanto l'economia cittadina perde ogni volta che una donna rinuncia al suo lavoro perché priva di una adeguata rete di sostegno? Si curi del verde pubblico e dell'illuminazione. Non permetta ancora lo scempio dei pullman turistici che invadono selvaggiamente ogni area del centro storico, avvelenando l'aria che le nostre bambine e i nostri bambini respirano.  Cominci con i bambini e i giovani maschi un nuovo discorso contro la violenza che li aiuti a diventare uomini rispettosi delle donne.

Per la vita c'è molto lavoro da sbrigare, signor Sindaco. Ci pensi bene, prima di mettersi in marcia anche nel mio nome.

Manuela Perrone
(una mamma tra tante)

 


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SOCIETA'
20 febbraio 2012
E' ora di sfarfalleggiare altrove

Dopo la farfalla di Belen in mondovisione Marina Terragni ha denunciato ancora "una rappresentazione indegna delle donne e del loro corpo e il ricorso a stereotipi umilianti non è sono solo terreno di coltura di misoginia e violenza, ma svolgono anche la preziosa funzione di tenere le donne al loro posto, negando la loro forza e la loro competenza, indebolendole e infiacchendole".
E ha lanciato un appello: "Tutte noi blogger, insieme pur nelle differenze che resterebbero intatte, possiamo costituire la punta di diamante della resilienza a questo meccanismo misogino, vigilando, analizzando, attivandoci insieme per denunciare, stigmatizzare e anche punire, sottraendo consenso".

Loredana Lipperini ha raccolto l'appello e rilanciato: "Ci sono punti che stanno a cuore a tutte e tutti, a Lorella Zanardo come a Femminismo a Sud: identifichiamoli, evidenziamoli, battiamo su questi".

La redazione de "La 27esima ora" ha giustamente chiesto a Gianni Morandi di "cambiare copione", ché il Festival è andato indietro rispetto al Paese. "Sceneggiatura vecchia, troppi sottintesi, troppe battute da caserma".

Il fatto è che non è soltanto il Festival: è la televisione, è la politica. Lo aveva scritto Ida Dominijanni sul "il manifesto": "C'è un brutto nodo che stringe questione maschile, questione sessuale e crisi della politica". Forse è ora di mettere sul tavolo non o non solo la questione femminile ma anche la questione maschile, come auspica Iaia Caputo nel suo "Il silenzio degli uomini" (bellissimo libro di cui riparlerò a breve su questo blog).
Forse è ora di sfarfalleggiare altrove.

SOCIETA'
22 settembre 2011
La perfezione non esiste ma ce la chiedono

Ho capito che il tratto distintivo dell'essere una mamma italiana degli anni Duemila è uno: l'uragano di richieste contraddittorie che la investe, a livello esplicito e implicito.
Deve lavorare, un po' perché altrimenti non si campa, un po' perché qualcuna fortunatamente ancora crede all'importanza dell'emancipazione - importanza per sé, per i propri figli e per la società - e dell'autorealizzazione al di fuori delle pareti domestiche.
Però deve anche allattare al seno (a richiesta e non a orari), come si faceva una volta, prima dell'avvento di omogeneizzati e latti in polvere: il latte materno è indubbiamente più salutare e benefico, sempre che non si viva ai Tamburi di Taranto o  accanto a una discarica.

Però non deve trascurare la casa perché i lavori domestici, checché se ne dica e nonostante le colf (altre donne), sono ancora compito suo: lo sottintendono le nonne, lo suggeriscono gli spot di detersivi ed elettrodomestici, lo pensano in fondo anche i mariti più illuminati.
Però deve anche trascorrere una quantità adeguata di tempo con i suoi bimbi, perché - tutte frasi che sento e risento con le mie orecchie - "io tutte quelle tate al parco proprio non le posso vedere", "come la mamma non c'è nessuna: non si possono lasciare i figli a un'estranea", "deve fare la madre, non pensare al lavoro", "così piccolo già al nido?", sempre che il nido esista, "ma allora che li hai fatti a fare i figli?" e così via in un crescendo di amenità fuori dalla realtà.
Però deve essere anche bella, magra e sexy come le nuove mamme della pubblicità e della Tv, come vuole il diktat del corpo perfetto imperante nel ventennio berlusconiano, altrimenti "come è diventata grassa e sciatta con la maternità", "perché stai rinunciando alla tua femminilità?", "erano così belli i tuoi capelli lunghi".
Però deve coccolare suo marito, che poverino si è sentito trascurato dopo la nascita dei figli e poi "se se ne vanno con un'altra, questi mariti, è pure colpa vostra" (sempre sentito con le mie orecchie).

Però deve parlare con le maestre (altre donne), fissare le visite dal pediatra, dare tutte le dritte a baby sitter e colf perché non sbaglino un colpo, decidere cosa mangiare (sano o bio) a pranzo e a cena, preparare gli zaini, scegliere l'abbigliamento del giorno, predisporre piani alternativi in caso d'emergenza (se il bimbo si ammala, se la tata si ammala o dà forfait). Ed è fortunata se non deve badare pure alla spesa e alla contabilità casalinga (bollette, scadenze).
Deve lavorare, dicevamo. Nei ritagli di tempo, con la testa altrove, a stipendi puntualmente più bassi dei suoi colleghi, con poche o nulle prospettive di carriera.

D'accordo, forse ho esagerato. Conoscerete decine di mariti che dividono equamente il lavoro domestico con le mogli, decine di mamme cui non importa nulla di essere belle, magre e sexy, decine di donne che della carriera se ne infischiano (dev'essere per questo che lavorano soltanto 46 italiane su 100, vero?).
Però mi dovete spiegare perché, invece, io vedo una moltitudine di mamme acrobate finite sotto il fuoco incrociato di troppi franchi tiratori. Madri costrette a tripli e quadrupli salti mortali per far quadrare il cerchio della famiglia. Madri stanche, troppo stanche anche per protestare. Come se i nuovi ruoli fossero incompiuti e i vecchi ossessivamente presenti, come se il prezzo della tanto decantata parità fosse interamente sulle nostre spalle.
La perfezione non esiste, ma vi assicuro che ce la chiedono.
 


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SOCIETA'
26 novembre 2010
Se tutte...

Leggo e riporto da Internazionale di questa settimana, dedicato all'inchiesta di Newsweek sull'Italia ("Non è un Paese per donne": qui). I neretti sono miei.

Se tutte le donne andassero a scuola.
Se tutte le donne si laureassero.
Se tutte le donne smettessero di guardare i programmi televisivi dove le donne sono svilite.
Se tutte le donne non comprassero più i prodotti che fanno pubblicità usando il corpo delle donne.
Se tutte le donne imparassero a usare i contraccettivi.
Se tutte le donne denunciassero ogni violenza subita.
Se tutte le donne votassero solo le donne.
Se tutte le donne pretendessero dai mariti una divisione equa dei compiti familiari.
Se tutte le donne lavorassero.
Se tutte le donne che lavorano chiedessero di essere pagate di più.
Se tutte le donne imparassero una lingua straniera.
Se tutte le donne spiegassero alle figlie come funziona il loro corpo.
Se tutte le donne insegnassero ai figli come si stira una camicia.
Se tutte le donne imparassero a usare il computer.
Se tutte le donne aiutassero le altre donne.
Se tutte le donne si organizzassero.
Se tutte le donne facessero sentire la loro voce.

Se tutte le donne sapessero il potere che hanno.

Giovanni De Mauro
settimana [at] internazionale.it
 


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